Abbiamo chiamato alleati quelli che erano, sono e resteranno conquistatori.
Per decenni.
Abbiamo ceduto sovranità chiamandola sicurezza, dipendenza chiamandola alleanza. Abbiamo speso miliardi per armi che non controlliamo, sistemi che possono essere spenti da remoto, simboli perfetti di una libertà concessa in prestito. Abbiamo accettato testate nucleari sul nostro territorio non per difenderci, ma come minaccia permanente contro noi stessi. L’Europa è diventata il campo di battaglia preventivo di guerre decise altrove.
Per anni si è combattuta una guerra civile a bassa intensità: terrorismo, stragi, apparati deviati, criminalità usata come leva politica, destabilizzazione sistematica. Una scia di sangue che attraversa il continente e che nessuno ha mai davvero voluto chiudere. Oggi, dopo essere stati usati come mercato, avamposto militare e riserva strategica, non serviamo più.
Si parla di accordi sopra le nostre teste, di spartizioni future, mentre all’Europa resta il ruolo di teatro di guerra o di colonia economica. Le prime due guerre mondiali si sono combattute qui, col nostro sangue e mai per i nostri interessi. Oggi ci viene chiesto di accettare la terza ipotesi come fosse destino. Intanto i popoli europei sono prigionieri di una delle peggiori classi dirigenti della storia: burocrati e tecnocrati senza spina dorsale, ieri convertiti al dogma green imposto dall’alto, oggi alla riconversione militare, sempre pronti a obbedire, mai a decidere.
Le umiliazioni si accumulano. Si sostengono strategie che distruggono gli interessi vitali europei, si accetta la fine dell’autonomia energetica, industriale e politica come se fosse un sacrificio inevitabile. L’Europa non decide più nulla, nemmeno per sé stessa. Ha bruciato ogni via di fuga pur di prostrarsi prima a un’amministrazione e poi all’altra, rinunciando al dialogo, alla mediazione, alla propria funzione storica.
L’Ucraina non è un’eccezione: è un laboratorio.
Ciò che è stato fatto lì può essere rifatto qui.
In natura il vuoto non esiste. La debolezza europea attira predatori. Stati Uniti, Russia, Cina, Turchia, potenze emergenti e regionali: tutti osservano un continente ricco, diviso, senza volontà politica. Le élite verranno assorbite da un potere o dall’altro. I popoli resteranno. E saranno messi gli uni contro gli altri. Balcanizzazione, conflitti interni, caos sociale, violenza diffusa. Ancora una volta l’Europa ridotta a riserva di carne per le ambizioni altrui. Cinquecento milioni di esseri umani trattati come materiale sacrificabile per un nuovo ordine mondiale che promette il futuro ma replica il passato.
Ed è per questo che non possiamo più delegare.
Dobbiamo caricarci, ognuno di noi, sulle spalle le questioni identitarie e popolari. Non per nostalgia, ma per necessità storica. Per costruire una visione multipolare, in cui al centro del potere non siedano oligopoli finanziari e apparati tecnocratici, ma capi politici che rispondano realmente ai popoli che rappresentano.
Dobbiamo tornare a trarre dalla nostra cultura i rudimenti per stare in piedi, per orientarci, per pensare. Serve un’Idea, forte e nostra, capace di strapparci al destino di periferia del mondo e indicare una strada maestra. I modelli capitalistici anglosionista, fondati sull’astrazione finanziaria e su oligarchie che somigliano a feudi, non ci appartengono. Non parlano la nostra lingua, non riconoscono la nostra civiltà.
Noi dobbiamo rifondare partendo dai popoli e dalle culture, costruendo un potere basato sul diritto, in cui la sovranità politica torni a prevalere sul dominio economicistico e sulla tirannia della regola impersonale. Significa finalmente seguire noi stessi: il diritto romano, il pensiero greco, la misura mediterranea, l’idea che l’economia sia strumento e non destino.
Vuol dire rivedere il ruolo della banca, spezzare la società dello strozzinaggio, smascherare l’idolo della moneta elevato a valore assoluto. Vuol dire tornare a una società in cui economia e burocrazia servano l’umanità, e non l’umanità piegata a servirle.
Ebbene, da Napoli, con questi principi e questi valori, possiamo ripartire.
Non come folklore, non come vittimismo, ma come visione ideale e politica del mondo.
A difesa della nostra cultura comune contro l’avanzata materialista di un nuovo ordine mondiale che, nel volto, assomiglia sempre più a quello vecchio.
Questo è perché, scendiamo in campo.
Questa è la responsabilità che ci siamo caricati.
Questa è la nostra battaglia, questa è l’opportunità storica.
Forza Napoli. Sempre.


